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L'intervista

Attardi: «Respighi, grande genio vittima di un pregiudizio politico»

Respighi oltre la fake news: Attardi smonta il pregiudizio, ne racconta la verità nel monumentale saggio e ne riporta la musica a Messina

29 Aprile 2026, 10:19

10:20

Attardi: «Respighi, grande genio vittima di un pregiudizio politico»

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«Respighi è stato vittima di un pregiudizio, anzi di una fake news in piena regola, ante litteram», Francesco Attardi (nella foto in alto) risale le ottave per mettere enfasi su questa affermazione. Dove mettere accenti, a che punto dare forza o respiro, è d'altronde parte del suo grande talento. Nato sulle rive dello Stretto, poi coltivato a Milano, ma anche a Bologna, e infine declinato un po' dappertutto nel mondo: Attardi è stato direttore d'orchestra in Giappone con la Kyushu Symphony Orchestra, nella Repubblica Ceca con la Bohemian Symphony Orchestra, il Coro di Radio Praga e l'Orchestra da Camera di Praga, ma anche in Germania, Messico, Stati Uniti, con la Philharmonic Orchestra of New York. L'elenco è lungo, ma il direttore d'orchestra messinese è noto anche per la sua capacità di coniugare l'attività interpretativa sul podio con una profonda ricerca storica e critica. L'ultima sua fatica sta in quest'ultimo campo. Ha scritto, infatti, assieme al suo allievo, Lorenzo Casati, “Ottorino Respighi, Un Iceberg sinfonico” (ed. Lim, Lucca 2024, pp. 1042). Una monumentale ricerca per strappare il grande compositore bolognese dall'ombra in cui era stato confinato dai pregiudizi storici: «Fu considerato vicino al fascismo e questo era integralmente falso» insiste.

Una fake news nella prima metà del '900, com'è stato possibile?

«Perché aveva ricevuto il premio adi “Accademico d'Italia, voluto da Mussolini, ma lui fu l'unico che non prese la tessera fascista, mentre molti compositori, così come molti intellettuali lo fecero. Lui no».

Per questo la critica italiana non gli ha riconosciuto il giusto valore, è questa la sua tesi?

«Esatto, fu molto più apprezzato all'estero, dove questo pregiudizio non ha preso piede, mentre in Italia la sua vena melodica fu boicottata, e il paradosso è che Alfredo Casella, uno dei più grandi strumentalisti italiani, più apprezzato di Respighi dalla critica, era anche il più fascista di tutti, mentre Respighi fu uno dei pochi che non prese mai la tessera. Quando lo spinsero a fare una visita a Mussolini nel 1925, dal momento che Respighi aveva acquisito una fama internazionale, lui non si convinse ad andare, ed Elsa dovette inventare un malessere improvviso».

E questo è bastato per sottovalutarlo?

«Non ebbe lo spazio che ha meritato. Eppure uno dei più grandi critici musicali, grande storico della musica e critico musicale, Giovanni Ballola, scriveva che l'Italia nel '900 aveva avuto due grandi nomi: Puccini e Respighi».

Come mai ha scelto proprio Respighi?

«Ho avuto il privilegio di conoscere sua moglie, Elsa, compositrice anche lei (ma rinunciò a tutto per seguire il marito). Mi ero appena laureato in pianoforte, ed ebbi la fortuna di essere ospitato per un giorno da Elsa che mi raccontò delle straordinarie imprese col marito soprattutto all'estero. Da quella ricca giornata ho preso spunto per il libro, trascrivendo in un capitolo l'intervista fatta a lei. Ripercorrendo questo secolo straordinario che è stato il '900».

E tra le cose che ripercorre c'è anche che i Respighi furono a Messina.

«Parecchie volte, perché Ottorino fu maestro di composizione di Manlio Marangolo, i Marangolo erano una famiglia di industriali delle essenze, ma furono anche ospiti della famiglia Bosurgi, ed Elsa mi parlava di questa meraviglia dello Stretto dove lei faceva i bagni»

Sullo Stretto ha anche lei portato non Respighi in persona, ma la sua musica, dirigendo l'Orchestra del Vittorio Emanuele.

Nel 2024, l'Orchestra ha eseguito, diretta da me, Le Fontane di Roma. Respighi ha una struttura sinfonica molto sofisticata, spesso impressionista, e richiede una sonorità e una bellezza di suono particolare, ma l'Orchestra del Vittorio mi ha dato grandi soddisfazioni: è di certo una delle migliori orchestre del Sud Italia, un vero gioiello di cui Messina dovrebbe vantarsi».

C'è anche un'incisione fatta con loro, se non ricordo male.

«Esatto, la 3a Sinfonia di Giovanni Sgambati, il padre del sinfonismo italiano di fine Ottocento, che io ho pubblicato con la casa Sugar e inciso con l'Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele pre Brillant Classics, un’etichetta olandese di prestigio. Adesso verrà abbinata al Nonetto per Archi di Sgambati  sonato da I Solisti della Scala. Mentre il cd precedente con la 2a Sinfonia di Sgambati l'avevo pubblicato per la rivista Amadeus con l'Orchestra Verdi di Milano da me diretta».

Eppure le istituzioni latitano...

«L’orchestra è eccellente, con prime parti di altissimo livello, eppure non è un'Orchestra stabile, quando andrebbe certamente istituzionalizzata».