Sicurezza
Crollo della palazzina a Messina, parla l'esperto: «I mali dell’edilizia sono poca prevenzione e calcestruzzo vecchio»
Luigi Bosco, ingegnere strutturista, rilancia la battaglia per riammodernare il patrimonio edilizio. E non esclude alcune ipotesi sull'accaduto
«Prevenzione»: dopo il crollo della palazzina nel quartiere Pistunina a Messina è questa la parola chiave che risuona nella mente di uno dei decani siciliani dell’ingegneria strutturale, il catanese Luigi Bosco: «Come per i medici nella pandemia, dopo le tragedie veniamo interpellati. E velocemente gli appelli alla prevenzione vengono dimenticati».
Nel caso di Messina, dove le vittime recuperate dalle macerie sono già 3, è presto per fare diagnosi specifiche - «aspettiamo le rigorose indagini degli inquirenti», sottolinea Bosco - ma considerando la vetustà dell’edificio, e il contesto della Sicilia orientale, l’esperto mette in guardia da un “male dell’edilizia” moderna molto sottovalutato: la degradazione del calcestruzzo armato. «Dopo anni la resistenza diminuisce - afferma - e ci sono fenomeni comuni come la carbonatazione, che si presenta con il materiale a contatto dell’anidride carbonica, che peggiorano il tutto. Ad accelerarlo ci sono, ad esempio, le infiltrazioni di acqua. Si perde, in sostanza, l’efficacia dell’armatura metallica». Ma si può intervenire «con tecniche ormai consolidate da anni per restituire le caratteristiche del materiale».
Altre ipotesi, per Messina, Bosco le elenca solo per completezza «perché è tutto da verificare», ribadisce. La prima è che «i lavori di ristrutturazione dell’immobile siano stati eseguiti senza rispettare le previsioni di progetto, che ora andranno vagliate con estrema cura». La seconda è che «eventuali fessurazioni, spettro di problemi strutturali, non siano state valutate con attenzione». E, al di là del caso specifico, avviene spesso.
Bosco ricorda infatti non solo che Messina è una delle zone a più alta sismicità d’Italia, dove nel 1908 avvenne il terremoto più devastante della storia europea in termini di vittime, ma che lo stesso rischio - presente in tutta la Sicilia orientale, come testimonia l’altro il sisma del Val Di Noto del 1693 che distrusse anche Catania con una magnitudo stimata di 7,3 - può portare a poter attuare interventi strutturali che possono avere effetto anche per problematiche di altra natura. «Da anni, purtroppo inascoltato - prosegue - dico che serve una grande opera di messa in sicurezza del patrimonio immobiliare, pubblico e privato. Va fatto con interventi statali, innanzitutto. Ma serve anche una grande organizzazione dei comuni: anche avendo i fondi, ci sono tempi lunghi per la progettazione ed è complesso trovare alloggi per tutti coloro che per mesi non potranno avere accesso alla propria abitazione. Insomma: il “sisma bonus” è stato un fallimento, annunciato visto i tempi corti». Una considerazione che porta subito in mente l’altro grande intervento pubblico, il Superbonus 110%, che ha portato la maggior parte dei benefici a “seconde case” non abitate stabilmente e troppo pochi a condomini e a edifici pubblici come le scuole. Però dimostra cosa si può fare con un intervento statale. «Nel dopoguerra, con una soma equivalente a quei 150 miliardi di euro, abbiamo ricostruito l’Italia intera. La proposta è che il livello di resistenza ai terremoti rientri, come già la prestazione energetica Ape, tra la documentazione necessaria per effettuare gli atti notarili. Una rivoluzione». E del resto anche le cifre in ballo sono enormi, ma basterebbe un “Superbonus”: la stima è di 500 euro al metro quadro. «Dati i 30 milioni di metri quadri di superficie privata su cui intervenire in Sicilia orientale, servirebbero 15 miliardi di euro», conclude.
