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L'intervista

«Ragazzini in giro con la pistola Brancaccio resta terra di confine», il grido di Don Ciresi

Il parroco: «Ma grazie a don Puglisi, il quartiere non è più quello di una volta»

04 Gennaio 2026, 06:00

Carabinieri

Carabinieri a Brancaccio

«Io sono arrivato da poco, ma uno dei volontari dell’associazione Rosa Gialla mi ha riferito di essersi trovato davanti dei ragazzini che gli hanno puntato una pistola». È il racconto di don Sergio Ciresi, parroco a Brancaccio, quartiere simbolo del martirio di don Pino Puglisi, che riporta la propria esperienza quotidiana sul territorio mentre a Palermo tornano a preoccupare episodi intimidatori contro luoghi di culto, dagli spari contro la chiesa dello Zen alle finestre rotte a Sant’Antonino.

Fatti diversi tra loro, ma accomunati da un clima di tensione che riemerge ciclicamente e che colpisce anche spazi che, per definizione, dovrebbero rappresentare luoghi di protezione e aggregazione. Un segnale che interroga non solo la Chiesa, ma l’intera città.

L’episodio raccontato dal parroco ha destato allarme, anche se subito chiarito. «Abbiamo capito che si trattava di una pistola a salve», spiega don Ciresi. Resta però un gesto carico di significato, soprattutto perché coinvolge giovanissimi e restituisce la misura di un disagio diffuso che attraversa le periferie cittadine, dove la mancanza di prospettive rischia di tradursi in linguaggi violenti.

In questo contesto si inserisce il presepe vivente di Brancaccio, che coinvolge parrocchie e associazioni del quartiere, diventando occasione di incontro e partecipazione. Una risposta simbolica ma concreta a una realtà che, in altri quartieri di Palermo, appare ancora più complessa. «Quello che sta succedendo allo Zen è terrificante – aggiunge – ci sentiamo costantemente con padre Giannalia. Lì la situazione è più complicata e articolata».

Brancaccio, pur con le sue criticità, presenta caratteristiche diverse. «È un quartiere piccolo, circa novemila abitanti – osserva il parroco – e sotto alcuni aspetti è meno isolato. Il martirio di don Puglisi ha fatto molto».

Ma guai a pensare che il problema sia superato. «La vera questione è dare continuità alla sua opera: fare denuncia, certo, ma anche proseguire ciò che è stato costruito, senza abbassare la guardia».

Il volto del quartiere è cambiato rispetto a trent’anni fa. «Non è la Brancaccio di allora – ricorda don Ciresi –. Don Pino denunciava la mancanza di scuole, oggi ci sono due scuole superiori, il Danilo Dolci psicopedagogico e lo scientifico Basile, e l’istituto comprensivo Puglisi, con un dirigente come Bucchieri che fa tantissimo».

Segnali di crescita che convivono però con le ferite tipiche delle periferie: «Abbiamo strade non illuminate, immondizia, mancanza di spazi comuni, difficoltà a parcheggiare. Il degrado è l’origine di tutto: ti senti poco preso in considerazione».

Un senso di confine invisibile che continua a pesare. «È vero, non ci sono più i passaggi a livello e la rotonda ha migliorato l’accesso – conclude – ma percorrendo la strada che porta a Brancaccio senti comunque di valicare un confine. Ci sono muri invisibili tra corso dei Mille e il quartiere».

Da qui l’appello che va oltre la cronaca e chiama in causa istituzioni e società civile. «Laici e parroci - prosegue Ciresi - dovremmo tornare per le strade, ascoltare il territorio e gli abitanti. Appena inizia il bel tempo, celebrare fuori dalle parrocchie. Le periferie devono diventare il centro dell’attenzione delle amministrazioni e degli operatori. Altrimenti - conclude il parroco di Brancaccio - il rischio è che il silenzio lasci spazio ad altri linguaggi».