La Testimonianza
Parla la figlia di Rovetta: «Per la verità abbiamo atteso un’altra vita di mio padre »
L'imprenditore non si piegò alla mafia e fu ucciso assieme a Vecchio a Catania. Era il 1990. Lo sfogo: «Una lotta di 36 anni per un processo»
Marialuisa Rovetta oggi ha trentasette anni. La stessa età del padre Alessandro quando, nel 1990, fu ammazzato dalla mafia a Catania assieme a Francesco Vecchio. All’epoca era una bimba: non aveva nemmeno due anni. Da qualche giorno è arrivata la notizia del rinvio a giudizio del boss di Cosa Nostra, Aldo Ercolano, come possibile mandante dell’agguato pianificato per mettere a tacere gli imprenditori delle Acciaierie Megara.
«Non è un punto d’inizio, ma un punto di svolta», commenta Marialuisa Rovetta. «Questa è stata un’indagine che sembrava destinata al silenzio con più richieste di archiviazione. Ma invece, grazie alla procura generale che ha avocato l’inchiesta, siamo arrivati a uno snodo processuale davvero importante. Però - dice con amarezza - non dovevamo aspettare 36 anni.» L’assassinio di Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio - secondo l’impostazione accusatoria della Procura Generale di Catania - è stato deciso perché dissero no alla richiesta di versare una cospicua tangente a Cosa Nostra siciliana.
Il padre di Marialuisa era un uomo e un imprenditore dalla schiena dritta. «Le eredità dei nostri genitori non sono solo materiali, ma anche spirituali. Io l’eredità di mio padre, la sua voce, ho deciso di renderla viva già molto prima di questa risposta giudiziaria», dice la figlia. La vita di Marialuisa, con il gene della viaggiatrice dei Rovetta, si è sempre mossa avendo come faro la vita di papà Alessandro. Una testimonianza in nome della cultura della legalità. Questo percorso l’ha portata un giorno dentro il carcere di Opera, a Milano, a raccontare la sua storia. La storia di una bimba a cui è stato negato di poter avere un padre. A cui la mafia ha tolto un genitore. Nel corso di una conferenza un detenuto si è alzato spingendola ad andare avanti. «Più che una spinta è stato un augurio a trovare la verità sul delitto di mio padre. Ma il fatto che fosse stato un catanese a pronunciare quelle parole mi ha portato a condividere quell’episodio con gli investigatori», racconta Rovetta. Quel detenuto è stato ascoltato dai pm catanesi. Così come decine di collaboratori catanesi. Tre sono state le piste su cui si è lavorato per moltissimi anni. E quel lavoro non si è fermato grazie alla battaglia di verità intrapresa dal fratello e dalla figlia di Rovetta con i familari di Vecchio. «La speranza di avere giustizia ci ha sempre spinto a non mollare. Ad andare avanti. A spingere per non chiudere le indagini, perché in quel materiale c’erano le risposte che potevano portare almeno a un processo».
Il dolore è grande. Lacerante. A Marialuisa di suo padre sono rimaste le foto: lui che gioca con lei sul prato, che le sorride, che l’abbraccia, che la bacia.

Pensa mai che se non fosse venuto in Sicilia, forse…? «No, mai. Non ho mai avuto una lettura geografica di quello che è accaduto. Mio padre è stato ucciso da mafiosi e assassini. E mio padre, come Francesco Vecchio, merita giustizia. Lo Stato non poteva lasciare questo vuoto».
Il 7 luglio si aprirà il processo in Corte d’Assise a Catania. Lei ci sarà? «Ancora non ho deciso, ma al di là della presenza fisica, seguirò quel processo udienza dopo udienza. La battaglia per la verità non è finita. Come le dicevo abbiamo solo svoltato verso un nuovo obiettivo».