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Dazi per la Groenlandia, perché l’America rischia di "spararsi sui piedi": in Germania l'analisi è impietosa

Un dazio “a freddo” sull’Artico che scalda la geopolitica e fa i conti in tasca all’Europa: quale impatto reale e perché gli Stati Uniti potrebbero uscirne perdenti

Redazione La Sicilia

18 Gennaio 2026, 16:04

16:05

Tariffe per la Groenlandia: perché l’America rischia di spararsi nel piede

Con un nuovo post sul suo social Truth il presidente Donald Trump ha minacciato dazi dal 1° febbraio 2026 del 10% su “qualsiasi bene” in arrivo da otto Paesi europei – Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Finlandia – destinato a salire al 25% dal 1° giugno, “finché non verrà chiuso l’acquisto completo della Groenlandia”. L’Artico trasformato in leva tariffaria, l’alleanza atlantica sotto stress, i mercati in allerta. Ma qual è la sostanza economica dietro lo shock? E chi pagherà davvero il conto?

Le stime che contano: l’impatto sull’Europa secondo IfW Kiel

Secondo una simulazione citata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, l’IfW Kiel – Kiel Institut für Weltwirtschaft – stima che un dazio del 10% collegato al dossier Groenlandia ridurrebbe la produzione tedesca dello 0,08% nel primo anno. Per l’Unione Europea l’effetto sarebbe dello 0,04%, praticamente “quasi impercettibile”, mentre Norvegia e Regno Unito subirebbero contraccolpi più marcati: rispettivamente -0,26% e -0,19%. Numeri piccoli? In apparenza sì. Ma grandi abbastanza da muovere la bussola politica, soprattutto perché segnalano una geografia dell’impatto che non coincide con la geografia della retorica.

Dietro quelle cifre c’è una verità di sistema: nell’Europa integrata, l’esposizione ai dazi non è omogenea. Le filiere tedesche, altamente diversificate e con robusta capacità di ri-orientare sbocchi e fornitori, assorbirebbero meglio l’urto di un 10% temporaneo. Norvegia e Regno Unito, con catene del valore più concentrate su settori e mercati specifici, risentirebbero invece maggiormente di un’imposta generalizzata all’ingresso negli Stati Uniti. E questo prima ancora di valutare eventuali ritorsioni o esenzioni mirate.

Il nesso con la sovranità della Groenlandia

Il collegamento fra misure tariffarie e status della Groenlandia – territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca – è la parte più inusuale e dirompente della vicenda. La nuova minaccia di Trump s’inserisce in settimane di crescente frizione con l’Europa, con annunci di incremento tariffario “a scaglioni” e la richiesta di un accordo di vendita dell’isola artica come condizione per rimuovere i dazi. Le cancellerie europee hanno reagito in modo insolitamente compatto, definendo il ricatto tariffario un fattore di “spirale pericolosa” per i rapporti transatlantici, mentre Parigi e Londra hanno rimarcato che il futuro della Groenlandia è materia dei groenlandesi e del Regno di Danimarca, non oggetto di pressione economica.

Sullo sfondo, il posizionamento strategico dell’isola – basi militari, corridoi artici, risorse minerarie – che da anni alimenta l’interesse di Washington, ma che oggi viene esplicitamente legato a un’escalation tariffaria senza precedenti tra alleati NATO. La stessa leadership groenlandese ha ribadito: “non siamo in vendita”, confermando la lealtà a Copenaghen e la gravità delle pressioni ricevute.

Cosa cambierebbe davvero per l’industria europea

Per la Germania, l’effetto -0,08% sulla produzione in un anno appare gestibile, ma non indolore per comparti come macchinari, autoveicoli, farmaceutica e chimica – settori ad alta penetrazione negli USA. La capacità tedesca di riallocare flussi verso Asia e Medio Oriente attenuerebbe l’impatto, soprattutto se l’UE si muovesse in modo coordinato su contro-dazi o su corsie preferenziali alternative.

Per l’UE nel complesso, il -0,04% indica un urto “a grandangolo” molto limitato, coerente con la dimensione del mercato europeo e la sua interconnessione interna. Il vero nodo è politico: evitare che un precedente tariffario legato a questioni di sovranità apra la porta a nuovi strumenti di pressione.

Norvegia e Regno Unito, con stime -0,26% e -0,19%, rischiano di sentirsi i “parafulmini” di un temporale negoziale: esposizione settoriale relativamente più concentrata, minore capacità di sostituzione su breve periodo, pressione sui margini aziendali in catene a elevato contenuto energetico e tecnologico.

L’arma a doppio taglio dei dazi: il boomerang sul consumatore americano

C’è però un aspetto che la politica dei dazi trascura sistematicamente: il conto finale lo paga spesso il consumatore del Paese che impone la tariffa. Secondo le stime del Budget Lab di Yale, il “pacchetto dazi” del 2025 ha già spinto l’aliquota tariffaria effettiva media negli Stati Uniti verso livelli record per l’epoca moderna – nell’ordine del 16,8% pre-sostituzione (e oltre in altri momenti dell’anno) – con un impatto sul livello dei prezzi nell’immediato pari a circa +1,2%, tradotto in 1.700 dollari di perdita di reddito per famiglia media nel 2025. Un 10% generalizzato su grandi economie europee – tanto più se destinato a salire al 25% – amplificherebbe questi effetti in beni di consumo, componentistica e macchinari importati.

Anche la stampa economica internazionale sottolinea come i dazi introdotti nella seconda amministrazione Trump abbiano portato le tariffe a soglie storiche, fra le più alte “dal 1930 in poi”, con conseguenze sui margini aziendali e sulla tenuta dei listini al consumo. Gli analisti avvertono: l’idea che le imprese possano “assorbire” l’intero shock senza trasferirlo ai prezzi è ottimistica. In un contesto di inflazione non completamente domata, nuovi dazi “geopolitici” rischiano di riaccendere pressioni sui prezzi e complicare il lavoro della Federal Reserve.

Stati Uniti: quando il “tariff first” diventa tassa interna

Per gli Stati Uniti, il confine tra politica estera e politica dei prezzi al consumo diventa sempre più labile. Secondo i calcoli del Budget Lab di Yale, l’innalzamento generalizzato delle tariffe nel 2025 ha già eroso il potere d’acquisto delle famiglie, spingendo il tasso tariffario effettivo ai massimi da quasi un secolo. Estendere o irrigidire lo strumento su alleati storici – e per di più legandolo a una questione di sovranità – rischia di trasformare la tariffa in una vera e propria “tassa interna” su beni e componenti di cui l’industria americana ha bisogno. È il classico boomerang: più si insiste, più il costo rimbalza verso casa.

E se arrivasse il 25%?

Un conto è il 10% per alcuni mesi, un altro è un 25% a ridosso dell’estate. A quel livello, gli incentivi alla delocalizzazione delle forniture accelerano, molte imprese anticipano ordini o ridisegnano catene logistiche, e i partner colpiti organizzano misure di ritorsione. Sul piano finanziario, i margini compressi si riflettono su utili e investimenti, con probabile aumento della volatilità di mercato. La stampa finanziaria internazionale ha già documentato come, nel 2025, i picchi tariffari abbiano spinto il tasso effettivo USA verso livelli paragonabili – per ordine di grandezza – ai decenni successivi allo Smoot-Hawley: è un avvertimento a non ripetere errori storici.