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Salvini e il Venezuela, la linea del “sì ma”: dopo 36 ore di silenzio né con Trump né con Meloni
Il vicepremier tra New York e Via Bellerio riscrive la postura della Lega: nessuno rimpiangerà Maduro, però la via maestra resta la diplomazia. E l’Italia? Si allinea alla legittimità dell’intervento Usa, mentre l’Onu convoca d’urgenza il Consiglio di Sicurezza
Nel giorno in cui la premier Giorgia Meloni definisce “legittimo” l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, il leader della Lega, Matteo Salvini, dopo 36 ore, firma un messaggio che è insieme dichiarazione di principio e capolavoro di equilibrismo politico: “Nessuno avrà nostalgia di Maduro”, scrive, ma “la strada maestra è la diplomazia” e va “rispettato il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro”. Non una parola su Donald Trump. Una scelta, non un’assenza. E soprattutto un posizionamento che, per una volta, lascia la presidente del Consiglio alla sua destra, e l’alleato americano a distanza di sicurezza.
Il contesto: un’operazione senza precedenti e un’Italia chiamata a scegliere
Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 2026, gli Usa colpiscono obiettivi strategici a Caracas e, in un’operazione fulminea, catturano Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores, trasferendoli in custodia federale negli Stati Uniti. Il bilancio, ancora parziale, parla di almeno 40 morti tra militari e civili secondo fonti giornalistiche americane, mentre sul piano internazionale si muove la diplomazia multilaterale: il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunisce d’urgenza e il segretario generale António Guterres avverte del “pericoloso precedente” aperto dall’azione. Cina, Russia e altri Paesi denunciano la violazione del diritto internazionale; Washington si richiama invece all’autodifesa e alla lotta al narcotraffico.
In Italia, le prime ore sono di gestione emergenziale: la Farnesina attiva l’Unità di crisi, l’ambasciatore a Caracas invita i connazionali — circa 160 mila, compresi i doppi cittadini — a non uscire di casa. Nel pomeriggio, la posizione politica: Meloni parla di intervento “legittimo” e “difensivo” contro una “minaccia ibrida”; il centrodestra si compatta, con sfumature. Proprio qui si inserisce il “Salvini pensiero”.
Il “metodo Salvini”: adesione valoriale, riserva strategica
Il messaggio del vicepremier è costruito su tre livelli, calibrati per tenere insieme le anime del Carroccio: condanna del regime chavista: “Nessuno avrà nostalgia di Maduro”, definito responsabile di aver “affamato e oppresso” il popolo venezuelano. Una frase che allinea il leader leghista alla sensibilità del suo elettorato tradizionale e al rigetto diffuso del socialismo bolivariano; richiamo alla “via maestra” della diplomazia: una presa di distanza dalla dottrina dell’interventismo armato, coerente con la linea che Salvini ha mantenuto anche su altri dossier, dall’Ucraina alla Libia. Qui sta la frizione con Trump e, in controluce, con Meloni; appello al rispetto della sovranità nazionale e dello stato di diritto: un approdo che riecheggia le parole del Papa citate dallo stesso leader leghista. In sostanza, “ordine” e “legalità” come bussola, al netto della fine del chavismo.
È una formula apparentemente semplice — “sì” alla fine di Maduro, “no” al modello delle operazioni militari unilateralmente decise da Washington — ma politicamente densa: rassicura i moderati della Lega, evita lo scontro frontale con Palazzo Chigi e non rompe il canale con l’amministrazione Trump, alla quale non sferza mai un attacco diretto. È, in breve, un “sì ma”, destinato a pesare nella dialettica interna alla maggioranza.
Meloni e la legittimità: le ragioni di Palazzo Chigi
La presidente del Consiglio ha motivato la legittimità dell’intervento americano come “azione di natura difensiva” contro una minaccia ibrida alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, legata — secondo questa lettura — al ruolo del regime venezuelano nel narcotraffico. Questa cornice, nelle intenzioni di Chigi, rovescia l’accusa di violazione del diritto internazionale: l’Italia non riconosce da tempo la vittoria elettorale di Maduro, sostiene la transizione democratica e, dunque, non giudica l’operazione come un’aggressione a un governo legittimo. Una posizione che trova sponde in Forza Italia e in settori di Fratelli d’Italia; ma che incontra critiche nel centrosinistra e perplessità tra analisti del diritto internazionale.
L’elemento-chiave: il silenzio di 36 ore
Il dettaglio temporale — le 36 ore trascorse prima che Salvini parlasse — non è neutro. Tempo per consultazioni interne con i governatori leghisti più moderati, ma anche con l’ala più “muscolare” che si riconosce nel vicesegretario Roberto Vannacci, e tempo per testare l’umore del proprio pubblico digitale. Il risultato è un testo che depura il tifo pro-Trump dall’entusiasmo dell’ultim’ora e recupera uno dei mantra salviniani: “prima l’ordine e il diritto”. La distanza dalla premier è misurata, ma reale.
Gli equilibri nella maggioranza: dove si colloca la Lega
L’asse con Fratelli d’Italia: il partito di Meloni brandisce l’argomento della difesa e della lotta al narco-terrorismo, rivendicando la scelta di campo con gli Usa. Salvini non contesta la ciccia geopolitica — chiusura del capitolo Maduro — ma eccepisce sullo strumento: non il “martello” dell’operazione militare, bensì l’“ago” della mediazione.
Il rapporto con Forza Italia: i forzisti si muovono nella tradizione atlantista e, per storia, digeriscono con meno fatica l’intervento statunitense. Per la Lega, invece, il rischio è interno: scivolare nel ruolo del “partito del no” sulla scena internazionale. Di qui l’equilibrio tra condanna del chavismo e richiesta di diplomazia. (Sintesi su base delle prese di posizione dei partiti nelle ultime 24 ore.)
Il fronte dell’opposizione: Pd e M5S incalzano il governo sul diritto internazionale, parlano di violazione della Carta Onu e chiedono un passaggio parlamentare. Una cornice che moltiplica, per contrasto, il valore del distinguo leghista. (Riferimenti alle reazioni politiche nelle cronache delle agenzie.)
Dentro la Lega: i pesi e le misure
Il distinguo del segretario si riflette in una mappa di pesi interni: l’ala dei governatori (i presidenti di Regione, più attenti agli equilibri europei) apprezza la parola “diplomazia”, che evita di schiacciare la Lega sul profilo dell’interventismo a stelle e strisce.
L’ala “ordine e identità”, vicina al vicesegretario Roberto Vannacci, ha già usato toni sarcastici sull’Ue e sull’ipotesi di “mandare armi a Maduro”, criticando l’“ipocrisia” di chi sostiene l’aiuto militare all’Ucraina: un frame che aiuta Salvini a rivendicare coerenza nel “no alle armi”.
La base sociale del Nord produttivo, che predilige stabilità e prevedibilità nelle forniture energetiche e nei mercati, guarda con apprensione ai riflessi di un’oil quarantine prolungata e di tensioni nelle rotte. Qui, la parola “diplomazia” torna ad essere rassicurazione.