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il caso

L'omicidio di Renee Good da parte di un agente federale incendia l’America: video, versioni in conflitto e migliaia in piazza

Il Paese si risveglia davanti a una domanda di giustizia che travolge l’operazione più massiccia dell'agenzia federale Usa che si occupa di far applicare le leggi sull'immigrazione

Redazione La Sicilia

10 Gennaio 2026, 12:02

12:05

rene good minneapolis

La scena dura meno di un minuto e si consuma in una mattina gelida di mercoledì 7 gennaio 2026: un SUV color bordeaux avanza lentamente su Portland Avenue, nel cuore di Minneapolis. Dentro, Renee Nicole Good, 37 anni, madre di tre figli, tiene una mano sul volante e l’altra appoggiata al finestrino. “Non sono arrabbiata con te”, mormora a un agente con il volto coperto. Un attimo dopo, tre colpi in rapida sequenza. L’auto sbandando urta altre vetture parcheggiate. Good crolla, colpita alla testa. Attorno, agenti federali dell'Immigration and Customs EnforcementICE — in una città che da sei anni non ha ancora smaltito il trauma dell’omicidio di George Floyd. Così comincia la nuova contesa che rischia di riscrivere i confini tra sicurezza, diritti civili e responsabilità federale.

Un racconto ufficiale che non regge alle immagini

Nelle ore successive, il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) diffonde una versione netta: l’agente avrebbe sparato “per legittima difesa” perché la donna aveva “trasformato il veicolo in un’arma”, un “atto di terrorismo interno”. Ma almeno tre filmati — uno ripreso dallo stesso agente, Jonathan (o Jonathon) Ross, e altri girati da passanti — sembrano raccontare altro: Good non accelera verso gli agenti, anzi si allontana lentamente quando partono i colpi. La sequenza, analizzata da più testate, suggerisce che l’agente si trovasse di lato rispetto alla traiettoria del mezzo al momento degli spari. La distanza ravvicinata e la cadenza dei tre colpi alimentano la certezza di un uso della forza sproporzionato.

Secondo Human Rights Watch, i video “contraddicono chiaramente” la narrazione federale: nessuna prova visibile che l’auto stesse puntando gli agenti per investirli; nessun segno di pericolo imminente tale da giustificare i colpi letali a bruciapelo. L’organizzazione ha verificato le clip e raccolto testimonianze sul posto. Il suo verdetto è pesante: “omicidio ingiustificabile”.

Chi era Renee Good e perché si trovava lì

La famiglia e gli amici descrivono Renee Good come una donna attenta alla comunità. Quel mattino, dicono i congiunti, aveva accompagnato a scuola il figlio più piccolo e rientrava a casa con la moglie Rebecca (Becca) Good, che la riprende con il telefonino in parte della scena. In alcune ricostruzioni, Good era tra i residenti che da giorni “monitoravano” i movimenti di ICE nel quartiere, una prassi di “osservazione civile” che si è diffusa in città in risposta alla massiccia presenza federale. La moglie, con voce incrinata, la difende pubblicamente: “Avevamo i fischietti, loro avevano le armi”. È uno dei tanti dettagli che hanno acceso la miccia dell’indignazione.

L’identità dell’agente e il precedente che pesa

Fonti di CBS News in contatto con DHS identificano l’agente che ha sparato in Jonathan E. (o Jonathon) Ross, componente della Special Response Team di ICE ERO (Enforcement and Removal Operations). Non un nome qualunque: in giugno 2025 era rimasto ferito in un altro intervento quando un sospettato era ripartito mentre l’agente aveva il braccio incastrato nel finestrino. Un precedente usato dai vertici federali per sostenere la tesi della “minaccia da veicolo”. Ma quel riferimento, sostengono analisti e media, non basta a giustificare i colpi di 7 gennaio 2026 contro una donna che — nei video — si sta allontanando. La dinamica conta, il contesto anche. E le immagini qui non corroborano l’immediatezza del pericolo.

Primo soccorso tra ostacoli e ritardi

Un altro punto dolente riguarda i soccorsi. Testimoni riferiscono che agenti federali avrebbero ostacolato l’accesso immediato dei sanitari, rifiutando persino l’intervento di un medico presente tra i residenti: “Posso controllare il polso?”, chiede una voce. “No”, risponde un agente. Le ambulanze sarebbero state costrette a fermarsi a distanza, con i paramedici arrivati a piedi tra i mezzi che bloccavano la via. Hennepin Healthcare, l’ospedale a pochi minuti, indaga sui tempi di risposta. Perfino il DHS, nei propri protocolli, impone la richiesta tempestiva di assistenza medica dopo l’uso della forza. Qui, stando ai video, quella tempestività non si vede.

La faglia istituzionale: chi indaga su chi

Sul piano giudiziario, Minneapolis annuncia che FBI e Bureau of Criminal Apprehension (BCA, l’agenzia investigativa del Minnesota Department of Public Safety) avrebbero dovuto indagare congiuntamente. Ma il giorno dopo, denuncia Human Rights Watch, il BCA si ritira: l’FBI non gli consentirà più accesso agli atti e guiderà da solo l’inchiesta. Un atto che rinfocola il sospetto di un percorso meno trasparente proprio mentre l’opinione pubblica chiede chiarezza e responsabilità. Il nodo della giurisdizione sugli agenti federali diventa, così, questione politica nazionale.

Il sindaco di Minneapolis contro la versione federale

Il sindaco Minneapolis Jacob Frey parla senza giri di parole: l’ipotesi di legittima difesa è “spazzatura”. Il capo della polizia cittadina, Brian O’Hara, aggiunge: non c’è indicazione che Good fosse “bersaglio di un’operazione”. La Contea di Hennepin e la città rivendicano un ruolo nell’accertare la verità, respingendo l’idea che Washington possa calare dall’alto una versione unica. Il volume politico sale ancora quando la Casa Bianca e DHS ribadiscono la narrativa dell’“auto utilizzata come arma” e la qualificazione di “terrorismo interno”. Parole e immagini, qui, si muovono in direzioni opposte.

Un Paese in strada: oltre mille proteste annunciate

È il venerdì successivo, 9 gennaio 2026, quando la miccia diventa incendio: Reuters scrive che organizzazioni per i diritti civili chiamano a più di 1.000 manifestazioni in tutti gli Stati Uniti. Sotto l’ombrello della coalizione “ICE Out For Good”, gruppi come ACLU, MoveOn, Indivisible, United We Dream e Voto Latino aprono la mappa di Mobilize: fiaccolate, sit-in, marce, veglie da New York a Seattle, da Miami a Denver. Le prime stime parlano di centinaia di eventi già confermati e di un’onda che cresce di ora in ora: da 580 appuntamenti nella prima serata di venerdì fino alla soglia dei mille nel weekend del 10-11 gennaio.

A Minneapolis, i cortei attraversano Lake Street sotto la pioggia battente. Migliaia di persone sfilano a pochi isolati dal luogo della sparatoria, mentre una grande manifestazione è convocata a Powderhorn Park in memoria di Renee Good. Le cronache locali raccontano della partecipazione di famiglie, associazioni di quartiere, chiese, gruppi di difesa dei migranti. 

Società civile e diritto: perché questa storia conta oltre Minneapolis

Il caso Good non riguarda soltanto Minneapolis. Interroga il rapporto tra comunità e forze federali, il confine tra osservazione civica e interferenza, il diritto a documentare azioni di polizia e l’obbligo di proporzionalità nell’uso della forza. Interroga anche l’architettura dei controlli e contrappesi dentro il DHS, dove gli strumenti di oversight — come l’Office for Civil Rights and Civil Liberties (CRCL) — sono stati indeboliti negli ultimi anni, riducendo la capacità di indagare rapidamente e pubblicamente su episodi contestati. La richiesta che sale dalle piazze è chiara: trasparenza, indagini indipendenti, identificazione degli agenti sul campo, corpi-cam obbligatorie e rilascio integrale dei materiali probatori.

Le parole dei protagonisti

Nelle ore più calde, la politica federale raddoppia: la Casa Bianca difende l’agente, il DHS parla di agenti feriti (senza però fornire prove visibili nei video) e minaccia dure conseguenze per chi “ostacola operazioni legittime”. A Minneapolis, il sindaco Frey — “fuori ICE dalla città” — accusa i federali di “causare caos e sfiducia”. Voce controvoce, mentre l’FBI centralizza l’inchiesta. Nel mezzo, la famiglia: la moglie Rebecca e i parenti dipingono una donna “compassionevole, giusta, attenta agli altri”. È questo contrasto fra istituzioni e vissuto umano a rende la storia così potente e divisiva.

Un precedente che potrebbe cambiare le regole d’ingaggio

Gli esperti di diritto penale e police accountability guardano a Minneapolis come a un caso spartiacque. Se le autorità concluderanno che non vi era una minaccia immediata di morte o lesioni gravi, l’uso della pistola potrebbe configurarsi come eccesso ingiustificato di forza anche per i parametri federali. Nei prossimi giorni, gli avvocati dei diritti civili cercheranno di ottenere la disclosure dei video integrali, dei rapporti balistici, della posizione esatta degli agenti al momento degli spari e delle comunicazioni radio. Non si esclude una causa civile per violazione dei diritti costituzionali della vittima, così come richieste di sanzioni disciplinari e penali per l’agente. È un terreno già visto dopo il 2020, ma con una differenza: qui è un agente federale sotto i riflettori, e questo rende l’esito ancora più carico di implicazioni.

Minneapolis, ancora

Non è un caso che tutto avvenga a pochi isolati dal luogo dove George Floyd ha perso la vita nel 2020. Quel trauma ha radicato a Minneapolis una cultura civica di documentazione dal basso, osservazione, chiamate pubbliche alle responsabilità. È lo stesso terreno su cui sono nati i gruppi di “community patrols” che, nelle scorse settimane, osservavano ICE in città. Se l’obiettivo federale era mostrare forza e deterrenza, l’effetto collaterale è stato il ritorno delle piazze di massa e un nuovo cortocircuito tra ordine pubblico e fiducia collettiva.