la storia
Quando la Groenlandia era la Sicilia: oltre Sigonella, quando l’isola "sfiorò" l’America
Dallo sbarco alleato ai sogni di annessione: come nacque, perché svanì e cosa ci racconta oggi la leggenda della “Sicilia americana”
Era notte quando le prime colonne alleate imboccano la strada polverosa verso Gela. Sulla spiaggia, tra casse di munizioni e jeep, un ufficiale americano stacca dal rotolo una pagina dattiloscritta: “AMGOT – Allied Military Government of Occupied Territories”. In quel foglio c’era l’embrione di un potere provvisorio che governerà la Sicilia dal luglio 1943. C’è chi, ancora oggi, vi legge la traccia di un’altra storia possibile: l’isola trasformata nel “quarantanovesimo” Stato degli Stati Uniti, ponte stabile dell’America nel Mediterraneo. Una suggestione potente, rilanciata ciclicamente, ma che merita di essere separata – con gli strumenti della verifica – dalla fascinazione del mito.
Cosa accadde davvero: sbarco, AMGOT e l’armistizio firmato in Sicilia
Il 10 luglio 1943 inizia l’Operazione Husky: uno degli sbarchi anfibi e aviolanci più imponenti della Seconda guerra mondiale, guidato dal generale britannico Bernard Montgomery e dall’americano George S. Patton. In sei settimane gli Alleati conquistano l’isola, aprendosi la strada verso l’Italia continentale e accelerando la crisi del regime. Con l’avanzata prende forma l’AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territories), il primo governo alleato di un territorio nemico in Europa: amministrazione militare interalleata che, tra 1943 e 1944, ripristina servizi essenziali, rimuove i vertici fascisti locali, assegna incarichi provvisori, raziona viveri. Una misura di transizione, non un preludio formale all’annessione. A Cassibile finisce un’alleanza e ne comincia un’altra. Il 3 settembre 1943, in una tenda nei pressi di Siracusa, il generale italiano Giuseppe Castellano firma con il generale americano Walter Bedell Smith l’armistizio che verrà annunciato l’8 settembre da Pietro Badoglio alla radio. È una data chiave, e accade in Sicilia.
Nello spazio compreso tra la fine del fascismo e la transizione democratica, la società isolana vive cortocircuiti di violenza e ambiguità: dal banditismo al separatismo armato, fino a incidenti controversi come il massacro di Canicattì. Ma il quadro istituzionale che ne esce non conduce a un percorso di americanizzazione territoriale. Conduce, piuttosto, a un’autonomia speciale dentro l’Italia repubblicana.
Cosa non accadde: l’annessione agli Stati Uniti e il “referendum fantasma”
L’idea che gli USA abbiano “tentato” di annettere la Sicilia nel dopoguerra non trova riscontro nelle fonti ufficiali. Non esistono atti del Congresso o del governo statunitense che avviino procedure di ammissione o di tutela territoriale stile Porto Rico. Né esistono decreti o trattati italo-americani in tal senso. A livello di diritto costituzionale statunitense, l’ammissione di un “nuovo Stato” richiede, in base all’Article IV, Section 3, un atto del Congress. Nel caso di territori esteri, storicamente si è proceduto via trattato (es. Hawaii, 1898) o risoluzione congiunta (es. Texas, 1845), mai attraverso governi militari provvisori in aree sotto occupazione bellica senza una chiara base negoziale e politica.
Sull’altro versante, la Costituzione italiana afferma all’articolo 5 che la Repubblica è “una e indivisibile”, pur promuovendo le autonomie locali. La Regione Siciliana ottiene uno statuto speciale già nel 1946, prima ancora che la Costituzione entri in vigore, poi convertito in legge costituzionale nel 1948: la scelta politica è l’autonomia, non la separazione. Non vi è traccia, nei documenti ufficiali del tempo, di un referendum isolano sull’“annessione agli Stati Uniti” nel 1948. Al contrario, il MIS – la forza separatista – mostra già nel 1946 segnali di debolezza elettorale, mentre si afferma l’autonomismo all’interno del quadro nazionale.
Questo non significa che l’ipotesi “Sicilia americana” non circolasse come idea in certe frange del separatismo o in certa pubblicistica. Fu un tema di dibattito – a volte intriso di propaganda, altre di narrativa ucronica – che trovò sponda in memorie, romanzi e articoli. Ma un’“ipotesi di lavoro” politico-giuridica concreta tra Roma e Washington non c’è. La letteratura storica seria parla di contatti, pulsioni, suggestioni; non di un processo formale.
Cosa accadde invece: separatismo, EVIS e lo Statuto speciale
Subito dopo lo sbarco, in un contesto di fame, disoccupazione, crollo dell’ordine pubblico e vuoti di potere, nasce e si struttura il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS), guidato da Andrea Finocchiaro Aprile. Accanto alla politica, prende forma l’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia), formazione clandestina che tra 1944 e 1946 prova la via armata. Lo scontro di San Mauro presso Caltagirone, il 29 dicembre 1945, segna il tramonto dell’avventura insurrezionale. La risposta dello Stato? Concedere una robusta autonomia regionale.
Lo Statuto speciale. Approvato con R.D.L. 15 maggio 1946, n. 455, convertito in legge costituzionale il 26 febbraio 1948, attribuisce alla Regione Siciliana poteri legislativi e amministrativi estesi su numerose materie, un Parlamento regionale eletto e una cornice finanziaria peculiare. È la via italiana alla soluzione della crisi del dopoguerra in Sicilia.
Perché non annessione? Perché nessun soggetto istituzionale americano la persegue; perché l’equilibrio del dopoguerra in Europa privilegia la stabilizzazione degli Stati, non la riscrittura delle frontiere; perché le stesse forze politiche isolane trovano nel compromesso autonomista un terreno più praticabile del separatismo.
La lunga ombra della geopolitica: basi, Mediterraneo e NATO
Che l’America resti in Sicilia lo raccontano le piste in cemento e le antenne che fischiano nel vento. Nel 1959 nasce, vicino a Catania, la Naval Air Station (NAS) Sigonella, oggi punto nevralgico della proiezione USA e NATO nel Mediterraneo allargato. La base – insediata con accordi con lo Stato italiano e sotto sovranità italiana – è divenuta il “Hub of the Med”, con decine di comandi ospitati e funzioni di supporto alle operazioni della US Sixth Fleet e dei partner. Una presenza stabile, ma dentro il perimetro dell’alleanza, non un’“annessione”.
È anche per questa centralità strategica che l’isola torna ciclicamente nella conversazione geopolitica: droni, aeronautica antisommergibile, logistica per operazioni umanitarie e militari, cooperazione con le forze italiane del 41º Stormo. Ma il quadro giuridico resta chiaro: la sovranità è italiana, la base opera sulla base di intese bilaterali e accordi NATO.
Perché il mito resiste: identità, potere e narrativa
L’idea di una “Sicilia americana” è un prisma che riflette il peso dell’identità e della diaspora italo‑americana, con i suoi andirivieni simbolici; la persistenza del sicilianismo, corrente culturale e politica che rivendica dignità e protagonismo dell’isola; un certo immaginario pop, alimentato da ucronie, romanzi e ricostruzioni più o meno fantasiose. Non a caso, nel tempo sono fiorite opere narrative che esplorano scenari alternativi in cui l’annessione avviene davvero: letteratura, non documenti di governo.
Resiste anche perché la geopolitica restituisce all’isola un ruolo che talvolta l’economia nega: crocevia di rotte migratorie, energia, sicurezza marittima, competizione tecnologica. Lì, tra la concretezza degli hangar di Sigonella e l’evanescenza dei sogni mancati, si alimenta un racconto che parla più al presente che al passato.