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L'urlo di New York: i Knicks vincono il titolo dopo 53 anni, esplode il delirio
L'ultima volta era successo nel 1973, la Grande Mela ritrova i suoi eroi. Jalen Brunson incanta i super-VIP in tribuna, mentre Wembanyama si arrende: "Non ero pronto"
La maledizione è finalmente caduta: a 53 anni dall’ultimo trionfo del 1973, i New York Knicks sono tornati sul tetto del mondo. In Gara-5 delle Finals NBA, la franchigia della Grande Mela ha superato i San Antonio Spurs 94-90, chiudendo la serie sul 4-1 e regalando alla metropoli una notte di pura estasi.
Per New York, dove il basket è quasi una religione civile, questo successo travalica il mero risultato sportivo. In una città che negli ultimi decenni ha ritrovato unità e coesione soprattutto nelle stagioni più drammatiche — dall’11 settembre alla pandemia di Covid-19 — il trionfo dei Knicks ha offerto l’occasione di stringersi, finalmente, attorno a una gioia condivisa e liberatoria.
Al suono della sirena, un’inarrestabile marea blu e arancione ha invaso le strade, paralizzando il traffico dal Madison Square Garden fino a Times Square. Sulle note dell’inno “Empire State of Mind” di Jay-Z e Alicia Keys, intrecciate a cori spontanei come “who let the dogs out?”, migliaia di tifosi hanno festeggiato fino all’alba.
L’euforia era tale che persino gli automobilisti bloccati in un ingorgo interminabile hanno messo da parte fretta e frustrazione, unendosi al clima di giubilo. Cuore, anima e trascinatore dell’impresa è stato Jalen Brunson, nuovo sovrano della Grande Mela, che in Gara-5 ha messo a referto 45 punti. «È tutto ciò che ho sempre sognato», ha dichiarato.
La sua prova monumentale ha spento le speranze della giovane stella degli Spurs, Victor Wembanyama, che ha lasciato la sala stampa visibilmente amareggiato: «Non eravamo pronti, io non ero pronto a vincere l’anello. Commetto troppi sbagli».
L’evento ha catalizzato l’attenzione di celebrità e autorità. In tribuna, a San Antonio, tifosi d’eccezione come Spike Lee, Ben Stiller e Timothée Chalamet, affiancati da star come Sydney Sweeney e il principe Harry. Anche il presidente Donald Trump si è complimentato per l’incredibile cavalcata, elogiando la “stella appena nata, Brunson” — curiosamente, l’unica sconfitta dei Knicks nelle Finals è arrivata proprio con il presidente presente sugli spalti.
La notte di festa non è però stata immune da eccessi. La polizia in assetto antisommossa è intervenuta quando la situazione è degenerata in alcune zone: decine di arresti, autobus presi d’assalto e incendiati, auto delle forze dell’ordine danneggiate. Comportamenti fermamente condannati dal sindaco di New York, Zohran Mamdani, che dopo aver celebrato il trionfo con un laconico “History” e annunciato la grande parata ufficiale per giovedì, ha ribadito che non vi è “tolleranza per gli attacchi”, ricordando che chi ha vandalizzato la città lo ha fatto “in modo inaccettabile”.
Nonostante le cicatrici di una notte oltre il limite, ciò che resta è la fine di un’attesa lunga più di mezzo secolo. I Knicks sono campioni NBA e la città che non dorme mai si è destata da un sogno durato 53 anni.